Desolazione, povertà, prostituzione, diritti negati e violati: un contesto estremamente cupo quello di Castel Volturno, una terra lacerata da sofferenze fisiche, sociali ed economiche. Tuttavia, è proprio qui che il regista Edoardo De Angelis sceglie di ambientare i suoi film, puntualizzando: «Le mie storie sono generate da questa terra (La Lettura, 14 ottobre)».

L’ultimo intenso lavoro da lui firmato è Il Vizio della Speranza, al cinema dal 22 novembre. In questo racconto cinematografico dalle tinte forti, a splendere tra il buio della precarietà della vita è proprio lei: la speranza.

Agli albori della speranza

La parola “speranza” ricorre frequentemente nel vocabolario quotidiano: pensiamo alle espressioni comuni “Non perdere la speranza” o “La speranza è l’ultima a morire”. Su di lei si sono espresse filosofie e religioni mentre dall’antica Grecia ci arriva un racconto mitologico, tramandatoci da Esiodo.

Nel mito del vaso di Pandora si narra che la fanciulla divina Pandora aprì per curiosità il vaso che Zeus le aveva ordinato di non aprire, liberando tutti i mali del mondo (vecchiaia, gelosia, malattia, pazzia e vizio) tranne la Speranza. Così gli uomini – che fino a quel momento avevano vissuto felici e immortali come le divinità – conobbero il dolore e la morte. La loro esistenza insopportabile fu alleviata solo quando la ragazza liberò dal vaso anche la Speranza, che divenne riparo consolatore per l’umanità. Ripreso e reinterpretato nella cultura moderna, questo mito ci aiuta a comprendere il valore della speranza, originariamente ritenuto “un male” perché associato all’illusione, che invece rende più tragica la realtà.

La speranza in un film

Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente. La citazione dello scrittore e giornalista Giorgio Scerbanenco ha ispirato il titolo del film, scritto dallo stesso De Angelis e da Umberto Contarello. Ad avere il “vizio della speranza” è la protagonista Maria (Pina Turco): cappuccio sulla testa e passo risoluto, la sua esistenza trascorre un giorno alla volta, senza sogni né desideri.

In un limbo massacrante, fatto di prostituzione e sfruttamento, in cui a governare è il “dio denaro”, dove è costretta a traghettare donne incinte lungo il fiume, la speranza bussa alla sua porta, entrando nel gelido delle sue giornate. Arriva senza preavviso nella sua forma più ancestrale e potente, miracolosa come la vita stessa.

Ti è venuta questa stronzata della speranza, ti sei fatta contagiare! Il dottore ti aveva sempre detto che era inutile sperare e invece, invece stiamo qua…: così le ripete zì Marì, madame senza scrupoli che non riuscirà a strapparle questo “vizio” né a scalfire la sua determinazione e il suo inesauribile coraggio.

Chi ha parlato di speranza

Sulla speranza si sono espressi in tanti.

In un tweet dal suo account, Papa Francesco ha scritto di recente: La speranza non è un’idea, è un incontro. Come la donna che aspetta d’incontrare il figlio che porta in grembo. Un pensiero, questo, che ci riporta proprio al film di De Angelis, che lega questo sentimento alla creazione, alla bellezza della vita che avanza giorno dopo giorno.

Umberto Veronesi, autorevole medico e ricercatore, così si è espresso: «Il termine speranza, in latino “spes”, deriva infatti dalla parola greca “elpìs” che significa originariamente “desiderio”. Ora, poiché nessuno desidera il male per sé, la speranza sin dai tempi antichi significa tendere verso il bene. Quindi possiamo dire che sperare è quasi una necessità biologica per l’individuo, vicina all’imperativo della sopravvivenza, e credo che la società abbia il dovere di tutelarla. Ci tengo anche a precisare che non considero la speranza un sentimento tipico di chi si trova in situazioni di debolezza o disagio; anzi, credo sia una virtù dei forti, anche nei momenti più critici».

A proposito di attesa e speranza, lo psichiatra Eugenio Borgna ha raccolto profonde riflessioni all’interno di un libro (edito lo scorso settembre da Feltrinelli): in esso, l’autore spiega che sia l’attesa sia la speranza hanno a che fare con il futuro; l’attesa con l’avvenire immediato solitamente legato a un evento, la speranza con un futuro lontano pieno di promesse, senza le tracce dell’inquietudine. “Senza attesa e senza speranza il tempo si fa deserto” – dichiara –.

Dunque, nel film Il Vizio della Speranza, distribuito da Medusa, la speranza è il fiore che germoglia tra la disperazione, è il sentimento di possibilità, è il dono meraviglioso che sconvolge (in meglio) quello che sembra segnato dall’angoscia.

Un racconto cinematografico da non perdere, al cinema dal 22 novembre, perché ci insegna che nelle più assurde delle esistenze basta anche un piccolo seme di speranza per rinascere e vedere nuova luce.